Come vorrei che fosse.

Alla fine dell’anno solitamente si stilano i bilanci.
Ho provato anch’io a farlo, no, non il mio personale ma quello dell’amministrazione della mia città.

Ho preso carta, penna e calamaio ed ho provato a buttare giù dei numeri.
Perché un bilancio è fatto di numeri, più semplicemente di entrate e uscite, di passività e di attività, di cose positive e di cose negative.
Riempire la colonna del passivo non è stato difficile, anzi, è stata quella dell’attivo a mettermi in difficoltà.
E così, dopo ore a fissare il vuoto rosicchiando la penna, ho deciso di lasciar perdere.

Però ho fatto una riflessione, ogni tanto mi capita: ma tu che chiacchieri tanto, cosa faresti al posto loro?
È facile fare critiche, più difficile farle costruttive.
Come vorresti la tua amministrazione?
Come vorresti che fosse il tuo sindaco?
E così mi sono cimentato nel gioco “come vorrei che fosse”.

Pescando nella mia fantasia ho individuato il mio sindaco ideale: Peppone.
Si, proprio quel Peppone raccontatoci dal Guareschi.
Un sindaco operaio, in quel caso meccanico, uno di quelli che quando ti salutano anziché la mano ti porgono il polso, si perché la mano è sporca di onesto grasso, di onesto lavoro.

Uno del popolo, che lavora in mezzo al popolo, che non ha paura di sporcarsi le mani, che non ha paura di prendere il piccone o la pala e lavorare con modestia insieme ai “suoi” cittadini, uno che puoi incontrare per la strada, magari al tavolo all’aperto di una bettola con in mano un mazzo di carte e davanti un bicchiere di vino.

Uno capace di prenderti anche a sberle per difendere i suoi principi e i suoi ideali, uno capace di riconoscere i suoi errori e lavorare insieme all’odiato/stimato avversario don Camillo, se ritiene che in quel momento sia quello ad essere nel giusto.

Uno che antepone gli interessi del popolo a quelli del partito, capace di mettersi contro gli stessi dirigenti, che vorrebbero comandarlo dall’alto, se ritiene che l’interesse dei suoi amministrati sia altro.

Uno che non apre il suo ufficio alla gente ma che ha il suo ufficio “tra” la gente, che non riceve i cittadini ma che li va a cercare di persona, che gira per il paese, che entra nei bar, nei negozi, che si confronta con gli elettori, che ci parla, che li ascolta.
Uno che non annusa l’aria da lontano ma che si immerge negli odori della sua città, nel profumo e nella puzza.

Il mio Peppone non mi rinfaccia continuamente di vivere del suo, si prende il giusto stipendio da sindaco e se lo guadagna onestamente, lavorando come è giusto che sia.
Il mio sindaco conosce tutte le piazze, tutte le vie, le facciate dei palazzi, gli spigoli, persino tutti i “pisciacane” della città che amministra.

Una città dove esistono luoghi di aggregazione, dove la gente ha piacere a scendere in strada, ad incontrarsi in piazza, magari davanti alle fontane sgorganti acqua fresca e pulita.
Dove ci siano cinema e teatri, dove si facciano spettacoli tutto l’anno, dove non esiste solo una pur magnifica processione, dove non esiste solo una manifestazione, dove i protagonisti non siano sempre i soliti ma la popolazione intera.

Una città tranquilla e sicura, una città in cui non si contano le autoradio rubate ma si opera affinché ognuno possa viverla serenamente anche di notte.
Una città in cui tutti pagano onestamente le tasse perché le tasse sono oneste.
Una città decorosa, pulita, dove il cittadino che segnala casi di degrado non venga additato come rompipalle.

Una città con un sindaco che risponde alle domande, che sa mettersi in discussione, capace anche di farsi da parte se il popolo glie lo chiede.
Un sindaco che ha scelto da “solo” i suoi collaboratori, valutandoli secondo le capacità che “lui” gli ha riconosciute, secondo i meriti che “lui” ha ritenuto indispensabili.
E magari cacciandoli se “lui” ritiene si debba farlo.

Certo, è fantasia, del resto Peppone è un personaggio di fantasia.
Ma quì stiamo appunto fantasticando, forse un sindaco simile esiste solo nella penna di Guareschi, forse un sindaco simile quì avrebbe vita breve.
Le marionette che hanno il coraggio di strappare i fili con cui vengono manovrate dal burattinaio, hanno sempre vita breve.

Allora niente Peppone, neanche don Camillo, ma tanti cavalieri in armatura, tanti Orlando furioso che si agitano, che combattono e che, uscito il pubblico, tornano alla loro immobilità, quella che li contraddistingue, quella sola che sono capaci di esprimere.
Fino a quando non verrano nuovamente buttati in scena.

Ecco a voi il teatro delle marionette.
E davanti al piccolo sipario si infrange il sogno del mio “come vorrei che fosse”.

Giancarlo Paglia

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